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La bellezza nascosta di Parasite

Se mi metto nei panni del pubblico dopo la visione del film Parasite, penso che in molti potrebbero chiedersi: tutto qui?

Quando un film vince quattro premi Oscar tra cui miglior film e regia, è inevitabile che il pubblico di riferimento si allarghi fino alle fasce più popolari. Ho quindi qualche dubbio che siano tutti in grado di apprezzare e comprendere completamente un film di questa portata e con così tanti e densi significati come cerco di illustrare.

La Palma d’oro vinta a Cannes era un importante segnale di qualità visto che, a differenza degli Oscar, rappresenta il punto di riferimento mondiale per il cinema d’autore (insieme al Festival di Venezia). Ed infatti molti sono rimasti sorpresi dal grande trionfo di Parasite agli Oscar, addirittura primo della storia a vincere come miglior film e recitato in una lingua diversa dall’inglese.

E’ vero che Parasite può risultare gradevole anche ad una visione superficiale. Parte subito come una classica commedia degli equivoci, ha un bel ritmo, si entra in empatia con i protagonisti e soprattutto, una delle cose più stupefacenti di tutta la sua architettura, cambia ripetutamente genere da una scena all’altra.

Si avvia come commedia satirica, diventa drammatico, si dipinge di thriller, si fa horror, ma aggiunge anche toni da farsa e da cinema apocalittico. Il tutto in una sequenza incredibile di cambi di ritmo.

Solo se si conosce bene il regista Bong Joon-ho e la cultura coreana si può apprezzare pienamente questo film. E non è il mio caso. Conosco pochissimo il regista ed ho visto solo un suo film prima di questo, il bellissimo Snowpiercer, e tanto mi è bastato per entrare nei meccanismi di Parasite.

Sopra i ricchi, giù i poveri

Con Snowpiercer questo film ha in comune l’idea dei piani, lì erano orizzontali, si andava dal fondo verso la testa del treno come metafora della lotta di classe. Qui invece i piani sono verticali: i ricchi sopra, vivono nella parte alta della città dove puoi apprezzare davvero il sole, ed i poveri sotto, nei bassifondi della città o addirittura in uno scantinato come la famiglia protagonista.

La scena della grande pioggia è sintomatica di questa enorme differenza. Un violento acquazzone in cima è vissuto quasi come una bella esperienza da godersi dietro le vetrate della casa signorile, mentre in basso diventa devastazione.

Ma Parasite abbonda di meta significati. E tanti me ne saranno sfuggiti. I ricchi sono ingenui (si fanno fregare facilmente da una famiglia di imbroglioni), ossessionati per la forma (l’importanza del biglietto da visita), ipocriti (rapporto con la droga). Avvertono la differenza di classe con gli “odori” ma non sanno svelare l’inganno.
I poveri sono simpatici, furbi, intelligenti, brillanti. E sono parassiti. Come gli scarafaggi che vivono nei bassifondi o come quelli che vivono nascosti nello scantinato della famiglia Park.

Le differenze sociali, le ingiustizie, le diseguaglianze sono temi cari al regista soprattutto calati nella realtà coreana così altamente diseguale. Ogni scena è una metafora. Memorabile la sequenza della lotta tra la famiglia Kim contro la governante e suo marito. Una lotta tra poveri che prendono e perdono il potere in continuazione, trasformandosi da vittime a carnefici e viceversa in pochi minuti.

E poi ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla maestria della regia, della sublime tecnica nelle riprese e della maniacale costruzione dei luoghi. Si noti l’enorme differenza di spazi, luci e riprese tra la villa di design e la casa dei bassifondi.

Si potrebbe stare ore a parlare di questo film, soffermandosi sulle singole scene, i simboli (la pietra) e scoprendo dettagli sempre nuovi e diversi.

Se volete sapere qualche dettaglio in più sulla cultura coreana inserita nel film, vi rimando a questo interessante articolo di Wired.

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