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Economia per tutti: un podcast con l’Alieno Gentile

Su che cos’è un Podcast ed alcuni suggerimenti per l’ascolto di alcuni podcast interessanti ne avevo parlato qui.

Adesso un podcast l’ho creato anche io e si chiama Economia per Tutti: Conversazioni Inclinate tra Milano e Manchester”.

E’ un podcast della durata di 25/30 minuti, ha cadenza settimanale (ogni lunedì un nuovo episodio) e tratta appunto di Economia.

Io (da Manchester) mi occupo di fare le domande, di mettermi dalla parte di persone appassionate o semplicemente curiose di economia.

A Milano c’è Andrea Boda meglio conosciuto sul web e soprattutto su twitter come l’Alieno Gentile.

E’ un operatore finanziario da oltre vent’anni ma soprattutto è un abile divulgatore tra i social media e il suo blog Piano Inclinato.

A lui piace parlare di economia (e non solo) cercando di spaziare in modo multi disciplinare e rendere la fruizione della materia alla portata di tutti.

L’ obiettivo del podcast è quindi quello di capire meglio l’economia perché è un campo che riguarda le vite di tutti.

Cercheremo di farlo con un approccio che ci auguriamo possa essere chiaro, dal tono non professorale, in una conversazione tra chi ne sa (l’Alieno) e chi ne vorrebbe sapere di più come il sottoscritto ed il pubblico a cui ci rivolgiamo.

Naturalmente aspettiamo domande, pareri, critiche, anche inviando un messaggio diretto a questo articolo.

Qui trovate tutte le piattaforme da cui è possibile seguire ed abbonarsi alle puntate (gratuite) di Economia per Tutti e sotto invece potete iniziare ad ascoltarlo attraverso Spreaker.

Buon ascolto.

Ascolta “Piano Inclinato” su Spreaker.
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Come comunicare la scienza in tempi di crisi

Da un interessante dialogo su Il Tascabile, il rapporto tra comunicazione, scienza e politica durante la Pandemia

“Come mai molte persone fraintendono il disaccordo scientifico e l’incertezza della ricerca scientifica? Personalmente attribuisco questo problema all’educazione scientifica a scuola, che si concentra sui prodotti della scoperta scientifica piuttosto che sui processi della scoperta scientifica. Ci viene insegnato il contenuto della scienza, e quel contenuto è limitato ai fatti accertati. Veniamo esaminati sulla nostra conoscenza di tali fatti e sulla nostra capacità di manipolarli, e ragionare con essi. Da un certo punto di vista questo è giusto, dal momento che ci sono fatti scientifici consolidati che è necessario capire. Ma è un quadro incompleto di cosa sia la scienza.”

Sono le parole di Alexander Bird, professore di filosofia della medicina al King’s College di Londra, all’interno di un lungo ed interessante dialogo fatto online per Il Tascabile sul tema “Comunicare la scienza in tempi di crisi” .

Questo post è in buona sostanza una mia personale riflessione successiva alla lettura di questo illuminante dialogo online.

Parto proprio dalla frase di apertura, a mio avviso folgorante.
Sì è vero, quello che abbiamo studiato a scuola e per il quale molti come me sono rimasti affascinati e devoti è proprio l’idea di scienza come risultato, come conquista dell’umanità in svariati campi come la medicina, la biologia, la tecnologia, la fisica, ecc… Il nostro sguardo sulla scienza è stato sempre il frutto dell’analisi e apprezzamento del prodotto della scoperta scientifica. Fino ad oggi.

La Pandemia da coronavirus ha per la prima volta orientato i riflettori dell’opinione pubblica su cosa invece la scienza sia prima che diventi un risultato, un prodotto, una verità inconfutabile.
Una lunga strada lastricata di errori, tentativi, formule, ripensamenti, dibattiti accesi e litigi da parte degli scienziati. E’ il processo scientifico in cui una comunità ampia di scienziati si confronta per arrivare con fatica e tempo, un bel giorno, ad un risultato che ci porta ad uno step successivo dell’evoluzione umana.

E qui passiamo al centro della questione, cioè come comunicare la scienza in un momento di crisi come può essere una pandemia, come approcciarsi per spiegare ai lettori come funziona il processo scientifico e non scatenare il panico nella comunità mondiale.

Ecco quindi che entra in scena il protagonista assoluto della Pandemia: il panico.
In un momento in cui il modello di business mondiale su cui si è sostenuto per secoli il giornalismo crolla giorno dopo giorno inesorabilmente sotto i propri piedi, cosa può accadere di meglio per vendere e ridare interesse al proprio prodotto? Il panico appunto.

Pensateci bene, una pandemia mondiale incontrollabile è il miglior ingrediente per creare un interesse costante ed ansiogeno in tutta la popolazione mondiale, anche tra quelli che in genere seguono poco le notizie.

Sia pure con approcci differenti, la stampa mondiale si è fatta trovare impreparata nel raccontare la pandemia anche se con il passare dei giorni e poi dei mesi ha iniziato a cambiare approccio. Era ed è un evento nuovo anche per i media ed abbiamo letto per settimane autentiche castronerie se non l’inseguimento alla ricerca X e alla sperimentazione Y.

Una differenza sostanziale l’ho personalmente avvertita seguendo contemporaneamente i giornali e tv inglesi (perché vivo in Inghilterra) e quelli italiani.

Sui più importanti media inglesi, tra tutti la celebre BBC, ho notato che esiste proprio il giornalista che si occupa di scienze o salute. Si suppone sia specializzato nel curare quella determinata materia. Se non è proprio un esperto, si tratta di un professionista quotidianamente a contatto con fonti autorevoli di quel settore.
Questo riduce (anche se non elimina del tutto) la possibilità che dica cose che non conosce e che sbagli approccio nel trattare la materia.

Fergus Walsh – BBC medical

Tutta un’altra musica in Italia dove non solo ad occuparsi di scienza o virus è uno qualsiasi dei redattori, ma addirittura si offre platea e voce sulla questione virus a chiunque. Giornalisti, soubrette, gli stessi scienziati che magari sono fisici ma non sanno di virus, oppure virologi che parlano di epidemie quando dovrebbero farlo gli epidemiologi e viceversa.

Nel modello giornalistico britannico, ma oserei dire anche americano, quindi il classico modello giornalistico anglosassone, chi parla è uno che sa. Alla BBC si da voce solo agli esperti, di qualsiasi cosa si tratti. Il politico interviene solo su fatti politici e su quello viene intervistato.

Giorgio Sestili fisico, coordinatore e fondatore di “Coronavirus: Dati e Analisi scientifiche” pone l’accento su un paio di elementi (la mole di informazioni e i dati) che hanno reso e rendono tuttora difficile la comunicazione:

“Questa marea di informazioni è composta da una piccola parte di ricerche eccellenti, una buona parte di pubblicazioni che generano solo rumore di fondo, e una grandissima parte che non supera neanche una fase di review. È una rincorsa che ha reso il nostro lavoro ancora più complicato, dato che è necessario scegliere attentamente le fonti e capire cosa, di ciò che viene pubblicato dalla comunità scientifica, meriti un ragionamento pubblico.

Il secondo ostacolo è quello relativo ai dati: ogni giorno ci troviamo di fronte a dati che vanno prima analizzati e poi comunicati, e ci siamo resi conto, giorno dopo giorno, di aver a che fare con dati spesso completamente falsati: numeri che si discostano molto dalla reale fotografia della situazione”.

I numeri sono proprio quelli che generalmente fanno andare in confusione un pubblico non abituato a ragionare in questo modo, io tra questi. Che senso ha, ad esempio, comunicare i dati giornalieri relativi ai nuovi contagi? Cosa ce ne facciamo? Sono il reale termometro della situazione? Ed allora quali numeri comunicare e come? I decessi? Le terapie intensive?

“Chi fa comunicazione scientifica non deve vendere certezze. Dove non ci sono certezze è molto importante che questo stato di incertezza sia comunicato, ammettendo apertamente: questo la comunità scientifica ancora non lo sa” continua Sestili.

Insomma è indubbio che la comunicazione scientifica, soprattuto in un momento di crisi quando la gente vuole avere certezze, si trovi davanti a grandi ostacoli come afferma Roberta Villa, giornalista scientifica specializzata in medicina e biologia:

“La criticità maggiore è l’incertezza, soprattutto in un mondo — come quello della cultura italiana — in cui negli ultimi anni è circolata un’idea della scienza come qualcosa di granitico, capace di asserire verità con la stessa certezza che 2+2=4. Questo è un messaggio controproducente, che offre una descrizione erronea di una disciplina che si nutre di dubbi e di domande. È stato difficile per chi comunica la scienza, ma probabilmente anche per il pubblico, affrontare una situazione dove domina l’incertezza e, come si diceva, in continuo divenire..”

In questo quadro in cui i protagonisti sono la comunicazione e la scienza, non bisogna dimenticare il vertice del triangolo, cioè la politica che è quella che poi deve decidere delle nostre vite, della nostra libertà e soprattutto porre attenzione sul grande problema economico che sta devastando tutte le Nazioni del mondo.

Fabio Gironi, filosofo, giornalista e curatore del dialogo su Il Tascabile arriva dritto al punto:

“Questa crisi ha mostrato con particolare urgenza i limiti della comunicazione che ha luogo tra la sfera politica e la sfera scientifica. La politica vuole indicazioni precise per prendere misure da attuare nell’immediato, la scienza fornisce risposte provvisorie e trend statistici. Questo mi sembra dipenda anche da una profonda differenza nella concezione del tempo: lo scienziato costruisce le proprie ipotesi sulla base di secoli di conoscenza pregressa, è consapevole del lento e cauto progresso della ricerca, e guarda al futuro della propria disciplina. Il politico ha un limite temporale preciso (il mandato) che è molto più breve, e quindi i due registri decisionali si vengono a scontrare”.

Gli intervistati convengono sul fatto che la comunicazione scientifica debba trovare come obiettivo la comprensione dei fatti scientifici da parte della opinione pubblica più che dai politici.

E una delle cose che questa pandemia mondiale ha portato è stato un maggiore interesse verso la scienza, i suoi tempi e le sue incertezze.

D’altronde quello che ci sta accompagnando e forse lo farà ancora a lungo, è l’incertezza, quell’incapacità di guardare al domani, di fare programmi, su cui la società occidentale si è sorretta fino ad ora. Ma da questo ne deriverebbe tutto un altro e ancora più complesso e profondo discorso.

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Cinema e TV

DEVS: determinismo o libero arbitrio?

Se fosse tutto scritto, se il futuro fosse già predeterminato e noi non potessimo farci nulla? E se invece fosse sì scritto ma potessimo ugualmente opporci cambiando il corso degli eventi?
Non è certo la prima volta che il cinema, la tv e la letteratura si interrogano su questo affascinante dilemma: libero arbitrio o destino?

La serie Tv Devs si aggiunge a questa lunga lista di cui forse Matrix è stato il capofila insuperabile della moderna cinematografia, e lo fa con una sua ambiziosa originalità di scrittura, raffinata e profonda e con una storia mai banale ed intrigante.

Prodotto realizzato da Hulu e distribuito in Gran Bretagna dalla BBC, al momento non si sa ancora quando e dove poter vedere Devs in Italia, scritto e diretto dal britannico e sofisticato Alex Garland.

Alex Garland è il regista di quella piccola gemma di Ex Machina (2014) che lanciò l’attrice Alicia Vikander e fu un successo di critica e pubblico. Anche il suo ultimo film Annientamento (2018) dava ottimi spunti di riflessione sul futuro e l’umanità ma non ha avuto grande successo di pubblico.

Devs narra di super computer quantici, della capacità attraverso la tecnologia di vedere nel futuro. Un futuro in bilico tra determinismo e libero arbitrio.

La serie tv è lenta, si avvia verso il crime e ti porta lentamente all’interno di Devs, scandaglia nelle personalità dei personaggi, si interroga sull’amore, sul futuro degli esseri umani ed arriva fino alla religione, al peccato originale.

E’ Eva a cambiare la storia dell’umanità. Ma se Dio è onnisciente, perché è così adirato con Eva? Quindi non conosce nemmeno Lui il futuro, oppure sa e permette che si compia questo futuro
“alternativo”?

Devs si spinge ambiziosamente nei meandri della Fede. La fede nella tecnologia, degli arroganti guru dell’Hi-Tech che “si credono come Dei”, nella fede in se stessi e nella capacità di determinare autonomamente il futuro.

E’ piena di dettagli, ha una colonna sonora sontuosa, una fotografia ricercata con ambientazioni tra la San Francisco dei campus tecnologici e dei giovani geek e la foresta solitaria, ambigua e misteriosa dei laboratori di Devs dalle linee squadrate e fredde e le luci dei super computer.

E’ un prodotto complesso, non è intrattenimento, ti spinge quasi a fermarti e ripudiarla ma una volta giunti fino in fondo ti ripaga.
Il futuro di Garland non è quello di Black Mirror, è più ottimistico, non è distopico, alla fine vince l’Amore.

E’ forse la serie dell’anno. E’ gran bella Tv, da non perdere.

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6 Consigli per Podcast da non perdere

Il mercato di Audiolibri e Podcast in Italia è in continua e lenta crescita. Secondo il rapporto della Associazione Italiana Editori presentato alla rassegna Più libri più liberi, il numero di italiani che ascolta quotidianamente audiolibri e podcast è passato, dal 2014 al 2019, rispettivamente dal 13 al 22% per gli audiolibri e dal 8 al 17% per i podcast. A farne le spese è stato l’ascolto della radio che è passato invece dal 79% del 2014 al 61% del 2019.

Associazione Italiana Editori

Naturalmente è possibile immaginare che tanti di quelli che ascoltavano la radio prima adesso siano passati a seguire gli stessi episodi degli show preferiti in podcast, cioè in modalità on-demand, magari anche off-line.
Ma è bene capire meglio cosa sono e come funzionano audiolibri e podcast.

Differenze tra Audiolibri e Podcast

Capire cos’è un audiolibro è facile. E’ essenzialmente un libro raccontato da qualcuno. Potrebbe trattarsi di un classico della letteratura narrato da uno speaker professionista o dell’ultimo libro di un famoso scrittore che magari con la sua stessa voce racconta quello che succede nel libro. Sugli audiolibri non ho esperienza diretta e quindi non saprei giudicare la sensazione che fa “ascoltare” un libro.

E’ un tipo di esperienza relativamente nuova che cambia la classica sensazione di leggere un libro, rallentare, accelerare, sfogliare le pagine, immaginare quello che accade.

Io mi concentrerò invece sul fenomeno Podcast che, almeno in Italia, inizia a prendere forma come un format diverso dal classico programma radiofonico, il riferimento classico a cui si è ispirato fino a qualche anno fa.

L’ Italia è molto indietro rispetto agli USA nella fruizione e quindi anche nella produzione di contenuti audio. Il primo approccio nel confezionare podcast non è stato altro che riproporre la puntata del programma radiofonico non più in diretta ma on-demand, cioè anche senza necessità di avere connessione internet potendolo scaricare prima.

Negli ultimi anni qualcosa sta lentamente cambiando. E’ iniziata la sperimentazione di format diversi da quello radiofonico e ad oggi, compresi alcuni esempi di podcast che ho seguito recentemente, posso dire che il livello qualitativo sta salendo enormemente anche in Italia.

Dunque cosa è il podcast? Essenzialmente è tutto quello che puoi fare con l’uso esclusivo di voci ed effetti, rumori o musiche.
Il vantaggio incredibile del podcast è che mentre l’ascolti puoi compiere altre attività come: passeggiare, cucinare, fare attività fisica, guidare, andare in bicicletta ecc..

Io personalmente ho trovato ottimale il connubio tra lunga passeggiata nel parco durante il lockdown ed ascolto del podcast. Difficilmente, per i temi che ho scelto, sarei stato in grado di compiere un tipo di attività che richiede più concentrazione (es. palestra).

Prima di portarvi in rassegna e quindi consigliarvi 6 podcast che amo, è utile dire dove si possono trovare questi podcast.

Le due piattaforme a pagamento che operano in Italia e nei quali cataloghi si trovano sia audiolibri che podcast sono Audible, del gruppo Amazon con un grandissimo catalogo di podcast ed audiolibri e la svedese Storytel arrivata in Italia nel 2018 e oggi con catalogo di oltre 100 mila tra audiolibri e podcast.
Entrambi costano 9,90 euro al mese, Audible offre una prova gratuita di un mese e Storytel di 14 giorni.

Qual è la migliore? Impossibile dirlo perché dipende da cosa piace. Dei 6 podcast che vi consiglierò, due sono solo su Storytel e la sensazione è che per i prodotti italiani più innovativi l’azienda svedese sia più attenta.

Se si escludono le due piattaforme a pagamento, c’è da dire che la maggior parte dei podcast, anche quelli italiani di qualità, sono fruibili gratuitamente su tutte le classiche applicazioni dedicate come Spreaker, Google Podcast, Apple Podcast (che ha sostituito I-Tunes) e Spotify che proprio qualche giorno fa ha annunciato di aver investito 100 milioni di dollari per proporre in esclusiva il podcast “The Joe Rogan Experience”, uno dei più celebri e seguiti al mondo.
Un motivo in più per pensare che prossimamente il mercato audio aumenterà a dismisura.

I 6 Podcast italiani più interessanti da ascoltare

Chiarito che non sono un tipo da “libro raccontato” la tipologia di podcast che apprezzo di più è quello di tipo giornalistico e comunque contenutistico che possa spaziare, ispirare, farti ragionare, offrire spunti di riflessione.

Domitilla Ferrari insegna comunicazione ed io l’ho conosciuta attraverso la sua bellissima newsletter settimanale su marketing e comunicazione ma anche suggerimenti, riflessioni, visioni ecc.. (conta oltre 3000 iscritti).
E’ un podcast sul networking che parla di come comportarsi sul web, costruire relazioni, fare personal branding, superare la paura con un’etica di fondo che condivido totalmente.
> Molto profondo e davvero ispirante.

Luca Conti è un blogger, giornalista, esperto di marketing digitale e nuovi media. Ultimamente ha dichiarato di essersi quasi “intossicato” del troppo uso del web ed in questo podcast riflette su tecnologia, uso migliore e più consapevole dei mezzi digitali, fino ad arrivare al concetto di minimalismo digitale dal motto “meno e meglio”.
> Riflessivo, etico, molto ispirante.

Ascolta “2030 – The sound of future” su Spreaker.

Andrea Frollà è un giovane giornalista di Repubblica. In questo nuovo podcast parla di tecnologia ed ogni settimana tratta argomenti come Big Data, Intelligenza Artificiale, Internet delle Cose, 5G.
Per farlo ha scelto la strada classica dell’intervista ma il valore aggiunto sono gli ospiti, tra i migliori esperti di tecnologia italiana tra cui Luciano Floridi, Stefano Epifani e Davide Dattoli. Molto interessante la sezione con suggerimenti di libri/film da seguire sul tema.
> Contenuto di alta qualità.

Ascolta “Da Costa a Costa” su Spreaker.

Francesco Costa è il vice direttore del giornale “Il Post” ed in questo podcast, giunto alla quarta stagione, parla di Stati Uniti, personaggi, elezioni, America nascosta.
E’ probabilmente uno dei podcast italiani di maggiore successo ed è dovuto essenzialmente all’ottimo lavoro di ricerca di Francesco Costa, con il suo personale modo di raccontare, l’uso di effetti sonori, spezzoni audio originali.
E’ una produzione fatta da Piano P, la migliore società di produzioni Podcast in Italia, quella che sta cambiando ed interpretando al meglio la potenzialità del mezzo audio.
> Imperdibile se siete appassionati di politica, società e costume USA.

  • Domani
    (Carlo Annese) – Spreaker e principali app gratuite
Ascolta “Domani” su Spreaker.

Un’altra produzione Piano P e la presenta il fondatore della società, il giornalista Carlo Annese. Si tratta di 6 puntate che raccontano come sarà o potrebbe essere il futuro post pandemia visto da diverse angolature (società, cibo, sport, relazioni amorose, cultura) e soprattutto con il contributo di giornalisti ed opinion leader nazionali come i giornalisti Mario Calabresi e Paolo Condò oppure lo chef Simone Rugiati. Un prodotto giornalistico nuovo, moderno, pieno di spunti e riflessioni. Un format per il futuro giornalistico dei podcast.
> Ottimi contenuti ed ospiti interessanti

Ascolta “Domani” su Spreaker.

Un’altra produzione Piano P per Visitflanders che è l’Ente del turismo delle Fiandre in Belgio.
Siamo ad una ulteriore evoluzione del prodotto audio al servizio questa volta del turismo.
Con il pretesto delle celebrazioni nel 2020 in Belgio del famoso pittore fiammingo Jan van Eyck, il podcast ti immerge nell’atmosfera delle Fiandre tra personaggi di quadri che dialogano tra di loro, riferimenti a cibo, birra, mercanti e bellezza di Bruges e Gent.
Un’impresa difficilissima, quella di trasformare in audio quadri e bellezze naturalistiche ed architettoniche prettamente visive, ma assolutamente riuscita e di impatto. Avrai voglia di correre nelle Fiandre.
> Una guida artistica/turistica super innovativa. Un must se ami l’arte.

Altri suggerimenti e commenti sono particolarmente graditi.

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Musica

La dance per l’estate che non verrà

Sembra Madonna ma lei canta in arabo. Elettronico ma esotico, futuristico ma tradizionale.
Lei è Yasmine Hamdan cantante libanese e lui è il produttore francese di origine marocchina Mirwais Ahmadzaï che effettivamente aveva lavorato con Madonna.

Una grande scoperta grazie al suggerimento del sempre attento Daniele Cassandro, giornalista di cultura di Internazionale.
Qui l’articolo originale: “Un rave al Cairo nel 2048

Come spacca!

Arabology è un album di dance acidissima e mutante che non sembra né occidentale né orientale. È interamente cantato in arabo e ha un suono che non ha nulla di esotico o orientalistico: ha la frenesia di una serata al Cairo, tra discoteche sotterranee, inseguimenti in taxi nel traffico più convulso del mondo e grandi bar illuminati lungo il Nilo

Daniele Cassandro

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Cinema e TV

La bellezza nascosta di Parasite

Se mi metto nei panni del pubblico dopo la visione del film Parasite, penso che in molti potrebbero chiedersi: tutto qui?

Quando un film vince quattro premi Oscar tra cui miglior film e regia, è inevitabile che il pubblico di riferimento si allarghi fino alle fasce più popolari. Ho quindi qualche dubbio che siano tutti in grado di apprezzare e comprendere completamente un film di questa portata e con così tanti e densi significati come cerco di illustrare.

La Palma d’oro vinta a Cannes era un importante segnale di qualità visto che, a differenza degli Oscar, rappresenta il punto di riferimento mondiale per il cinema d’autore (insieme al Festival di Venezia). Ed infatti molti sono rimasti sorpresi dal grande trionfo di Parasite agli Oscar, addirittura primo della storia a vincere come miglior film e recitato in una lingua diversa dall’inglese.

E’ vero che Parasite può risultare gradevole anche ad una visione superficiale. Parte subito come una classica commedia degli equivoci, ha un bel ritmo, si entra in empatia con i protagonisti e soprattutto, una delle cose più stupefacenti di tutta la sua architettura, cambia ripetutamente genere da una scena all’altra.

Si avvia come commedia satirica, diventa drammatico, si dipinge di thriller, si fa horror, ma aggiunge anche toni da farsa e da cinema apocalittico. Il tutto in una sequenza incredibile di cambi di ritmo.

Solo se si conosce bene il regista Bong Joon-ho e la cultura coreana si può apprezzare pienamente questo film. E non è il mio caso. Conosco pochissimo il regista ed ho visto solo un suo film prima di questo, il bellissimo Snowpiercer, e tanto mi è bastato per entrare nei meccanismi di Parasite.

Sopra i ricchi, giù i poveri

Con Snowpiercer questo film ha in comune l’idea dei piani, lì erano orizzontali, si andava dal fondo verso la testa del treno come metafora della lotta di classe. Qui invece i piani sono verticali: i ricchi sopra, vivono nella parte alta della città dove puoi apprezzare davvero il sole, ed i poveri sotto, nei bassifondi della città o addirittura in uno scantinato come la famiglia protagonista.

La scena della grande pioggia è sintomatica di questa enorme differenza. Un violento acquazzone in cima è vissuto quasi come una bella esperienza da godersi dietro le vetrate della casa signorile, mentre in basso diventa devastazione.

Ma Parasite abbonda di meta significati. E tanti me ne saranno sfuggiti. I ricchi sono ingenui (si fanno fregare facilmente da una famiglia di imbroglioni), ossessionati per la forma (l’importanza del biglietto da visita), ipocriti (rapporto con la droga). Avvertono la differenza di classe con gli “odori” ma non sanno svelare l’inganno.
I poveri sono simpatici, furbi, intelligenti, brillanti. E sono parassiti. Come gli scarafaggi che vivono nei bassifondi o come quelli che vivono nascosti nello scantinato della famiglia Park.

Le differenze sociali, le ingiustizie, le diseguaglianze sono temi cari al regista soprattutto calati nella realtà coreana così altamente diseguale. Ogni scena è una metafora. Memorabile la sequenza della lotta tra la famiglia Kim contro la governante e suo marito. Una lotta tra poveri che prendono e perdono il potere in continuazione, trasformandosi da vittime a carnefici e viceversa in pochi minuti.

E poi ci sarebbe da fare un lungo discorso sulla maestria della regia, della sublime tecnica nelle riprese e della maniacale costruzione dei luoghi. Si noti l’enorme differenza di spazi, luci e riprese tra la villa di design e la casa dei bassifondi.

Si potrebbe stare ore a parlare di questo film, soffermandosi sulle singole scene, i simboli (la pietra) e scoprendo dettagli sempre nuovi e diversi.

Se volete sapere qualche dettaglio in più sulla cultura coreana inserita nel film, vi rimando a questo interessante articolo di Wired.

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Italia

Domani: Racconto di Trentotto Giorni in Quarantena

Quando e come usciremo da questo incubo?
E’ l’interrogativo che ci poniamo ormai da giorni, da quando abbiamo superato la prima fase che in Italia è stata quella del #andratuttobene e dalla condivisione sui social media di immagini e video di pizze e pane fatti in casa. Per me è stata la fase scandita dall’onnipresente slogan: “Stay at home, save lives and protect NHS” (rimani a casa, salva vite e proteggi il sistema sanitario nazionale).

Scrivo mentre in Inghilterra, dove vivo, siamo al trentottesimo giorno di quarantena.
Ne scrivo non perché abbia da aggiungere dettagli più originali rispetto alle qualificate riflessioni di filosofi, scrittori, creativi di tutto il mondo. Lo faccio per i posteri, anzi per me stesso principalmente, affinché possa rileggere ed analizzare tra qualche anno e con la giusta distanza emotiva, cosa ci sta accadendo in queste settimane (mesi?anni?).

Sugli interrogativi iniziali nessuno su questa Terra al momento è in grado di svelare cosa sarà del nostro domani, nonostante da settimane i giornali siano interamente confezionati con le più strampalate visioni ed ipotesi della nostra vita post pandemia.

Allora proviamo ad analizzare e iniziamo da quello che certamente non sarà.
La prima certezza è che non ne usciremo in una data specifica. Sarà un processo lungo, lento e faticoso di ripresa delle attività e delle nostre vite. Come quando si abbatte una tempesta e lascia i segni, i detriti e le voragini, ci vorrà tempo per incollare i cocci dei vasi rotti, imbiancare le finestre, spazzare la polvere e sistemare i tetti. Quando qualcosa si rompe, si incrina, ci scuote, nulla è come prima.

Qualcuno ci avrà rimesso le vite di persone care, altri non avranno vissuto momenti importanti, penso ad esempio a bambini che dovevano fare gli esami di scuola media. Alcune relazioni saranno andate in frantumi, altre si saranno esasperate, alcune amicizie si saranno rinsaldate. Avremo letto più libri e visto più serie tv, magari avremo fatto un corso online o semplicemente avremo pensato di più ai noi stessi.

Un’altra cosa che ci rimarrà di questi giorni è una sorta di momentaneo abbattimento delle differenze tra le nostre vite e quelle degli altri, comprese le celebrità. In realtà le cose non stanno proprio così, chi è povero ne uscirà più povero e devastato da questa tragedia, ma almeno nell’immaginario delle giornate trascorse tra le mura di casa, le nostre non sembrano differire poi molto da quelle di personaggi che ci ispirano con le loro vite patinate in luoghi da sogno, sulle passerelle, sui campi di calcio e raccontate sulle storie di Instagram.

Sono tutti a casa, chi in 50 metri quadrati, chi con villa in piscina o ampio giardino, ma siamo tutti uguali, nessuno può fare cose così diverse dal cucinare, video chiamare su Zoom o fare esercizi fisici sul tappetino. A proposito di esercizi, mi ritengo assai fortunato perché in Gran Bretagna siamo stati autorizzati ad uscire per fare attività fisica e quindi non ho mai rinunciato a fare lunghe passeggiate lungo il canale o nel verdissimo ed immenso parco. Una salvezza per la mia sanità mentale.

Le differenze tra Italia ed Inghilterra

Esiste un’altra grande differenza tra vivere il “lockdown” qui rispetto all’Italia. Mentre scrivo, la Gran Bretagna è al terzo posto per l’infelice primato del numero dei morti subito dopo USA ed Italia. Tuttavia, come giornalmente mi accade di verificare, in tutte le situazioni di vita vissuta rispetto all’Italia, sottolineo l’assenza totale di quell’ansia insopportabile e schizofrenica che governa ogni cosa in Italia. Autocertificazioni per dichiarare dove si sta andando, l’interpretazione sul significato di congiunto (il fidanzato? l’amico? Il trombamico?), le forze dell’ordine che in diretta tv e con il sottofondo della Cavalcata delle Valkirie inseguono sulla spiaggia l’uomo reo di aver violato la quarantena nel Paese e poi i singoli governatori regionali che in autonomia decidono (e non potrebbero) della libertà delle persone. Questo eterno caos del vivere quotidiano e della disorganizzazione, in comunità, in mezzo agli altri, sono una prerogativa quasi unica dell’Italia. In Inghilterra è tutto chiuso, sono tutti a casa e non c’è alcun rumore di fondo.

Chi contribuisce e non poco a creare questo fastidioso rumore di fondo sono ovviamente le Tv e i giornali. Ed anche qui il divario UK ed Italia si fa profondo.
Il governo britannico non è immune da gravi colpe, il primo ministro Boris Johnson è stato accusato da un giornale conservatore come The Times di aver snobbato il Coronavirus per settimane, andando addirittura in vacanza ed assentandosi ai primi sei incontri dedicati al problema. Ma giornali e TV non lasciano rumore di fondo. C’è l’informazione, i numeri, la polemica ma è tutto composto, tutto al posto giusto. In Tv chi parla del virus è un tecnico, un medico, scienziato, non chiunque ed ovunque. Mi ha colpito che sulla BBC a fare le domande sul virus è un “giornalista scientifico” non uno qualunque.

Ecco, forse questo virus riporterà in auge il desiderio di autorevolezza. Probabilmente avremo più voglia in futuro di informazione più qualificata, di sapere tutto ciò che c’è da sapere ma da chi sa, da chi è qualificato e non da chiunque. L’eccessiva semplificazione delle cose, le risposte facili a questioni assai più complesse, ci hanno portato al ritorno crescente di nazionalismi e populismi.
Spero che qualcuno, in questa condizione di emergenza, si sia reso conto che occorre una classe dirigente preparata, che guardi ad un orizzonte temporale più lungo di domani.
Mentre scrivo, ascolto il Presidente del Consiglio Conte in Parlamento affermare che in queste settimane è salita la considerazione italiana all’estero. Ma è esattamente il contrario. All’estero hanno plaudito al senso di dovere e dedizione degli operatori ospedalieri e alla gente che è rimasta a casa ma l’esempio preso dall’Italia è stato essenzialmente di non fare come ha fatto l’Italia come ha descritto chiaramente il New York Times.

Siamo ancora nel pieno della pandemia, ovunque nel mondo, sebbene si parli di fase due. Non sappiamo come ne usciremo ma forse è già possibile pensare ad una nuova consapevolezza che emergerà dopo questa tragedia.
Abbiamo imparato che siamo fragili, che non siamo invincibili, che siamo interconnessi ovunque nel mondo e che ne usciremo tutti insieme o non ne usciremo. Abbiamo capito che, nonostante la tecnologia ci abbia fatto fare passi da giganti nelle nostre vite, un virus ha messo KO l’intera umanità in modo semplicissimo. Abbiamo scoperto che quello che ci manca di più nelle nostre vite è quello che facevamo ogni giorno con monotonia, prendere un caffè al bar, schiacciarci nella metropolitana, ingorgarci nel traffico. Qualcuno metterà in discussione il mondo in cui viveva prima e magari scoprirà che forse lavorare da casa è possibile e migliore, altri ripenseranno la vita nella grandi città (le più colpite dal virus) rispetto alla vita circondati dalla natura.

Storicamente da grandi crisi sono nate grandi ripartenze.
Magari porteremo il ricordo, le sensazioni ma torneremo ad essere sempre gli stessi, non cambieremo. O magari domani scopriremo un’umanità più solidale, più attenta a valori, persone, luoghi. Vedremo, domani è ancora lontano.